Viviamo in un’epoca in cui la visibilità è costante e, spesso, anche la nostra autostima sembra dipendere da uno schermo.
I social network se, da un lato, offrono connessione e possibilità di espressione, dall’altro possono alimentare una pressione continua a mostrarsi “al meglio” , ad essere sempre produttivi, felici e performanti.
Scorrere le immagini degli altri può far nascere, anche inconsapevolmente, un senso di confronto e inadeguatezza.
Non vediamo cosa c’è dietro la foto perfetta o il post di successo, ma solo io risultato finale, filtrato e selezionato.
Questo porta molti, soprattutto adolescenti e giovani adulti, a sentirsi indietro, non abbastanza belli, bravi o interessanti.
La ricerca di approvazione attraverso like, visualizzazione o commenti, può trasformarsi in una vera o propria dipendenza da riconoscimento.
Il rischio è confondere ciò che si mostra con ciò che si è, e legare il proprio valore personale alla risposta degli altri.
Con il tempo questo può generare ansia da prestazione, paura del giudizio, difficoltà a tollerare errori o momenti di fragilità.
Lavorare sull’ansia da prestazione significa imparare a riconoscere la differenza tra il bisogno di apparire e il desiderio autentico di essere visti per ciò che si è.
In un percorso psicologico è possibile esplorare cosa si nasconde dietro questa pressione, spesso il timore di non valere, di deludere o di non essere abbastanza, e costruire un rapporto più sano con se’ stessi e con gli altri.
Imparare a disconnettersi ogni tanto, a mostrarsi anche nelle proprie imperfezioni, può essere un passo importante per ritrovare autenticità e libertà interiore.
Essere se’ stessi, oggi, può sembrare un atto semplice, ma è uno dei gesti più coraggiosi e terapeutici che possiamo fare.
